La burocrazia blocca l’Economia Circolare, il 33% dei rifiuti è senza End of waste

La burocrazia blocca l’Economia Circolare, il 33% dei rifiuti è senza End of waste

Durante il convegno “La corsa ad ostacoli dell’economia circolare in Italia” tenutosi lo scorso 6 febbraio a Roma  ha visto la presenza del ministro dell’Ambiente Sergio Costa, Legambiente ha sfidato Governo e Parlamento a cambiare finalmente passo avanzando dieci proposte. Il 2018 è stato l’anno dell’approvazione del pacchetto europeo sull’economia circolare, ma per la sua attuazione occorre rimuovere gli ostacoli che nel nostro Paese sono ancora presenti. L’economia circolare non è solo un modo per uscire dalle tante emergenze rifiuti ancora dislocate in Italia, vuol dire creare investimenti, occupazione ed economia sul territorio. Il primo passo da compiere sarebbe approvare al più presto i decreti End of waste, per semplificare il riciclo dei rifiuti.

La normativa europea di recente approvazione – che peraltro guarda soltanto ai rifiuti urbani (oltre 30 mln di ton/anno in Italia)– è chiara: entro il 2035 dovrà essere avviato a riciclo almeno il 65% dei rifiuti e conferito un massimo del 10% in discarica, indirizzando così il rimanente 25% a recupero energetico. Percentuali che rispecchiano una gerarchia precisa, che richiede ad ogni step impianti industriali dedicati, che però non ci sono: «In Italia – argomentano da Legambiente – non vi è un’adeguata rete impiantistica a supporto di queste operazioni e la scarsità degli impianti fa sì che in molti contesti territoriali si assista ad un trasferimento dei rifiuti raccolti in altre regioni o all’estero».

Soprattutto nel centro sud l’Italia sugli impianti per l’economia circolare sta giocando in retroguardia, come mostra purtroppo il dilagare del fenomeno Nimby e soprattutto Nimto. Il presidente Ispra Alessandro Bratti rimarca la necessità di «superare la diffidenza verso il sistema industriale della gestione dei rifiuti», mentre il presidente del consorzio Cic Alessandro Canovai conferma che è «non c’è più consenso intorno a strutture positive di trattamento rifiuti a partire da impianti compostaggio e biometano», mentre il senatore Arrigoni aggiunge che «serve un’operazione culturale per superare l’effetto Nimby, sia in Parlamento che sul territorio. Mancano impianti per trattamento organico e termovalorizzatori», anche se ormai è tutta la filiera impiantistica in grave sofferenza. Va trovato un meccanismo per sbloccare questa situazione, che non può che passare attraverso una migliore comunicazione ambientale, e un maggiore coinvolgimento degli stakeholder: «L’innovazione ambientale non passa senza il coinvolgimento e il convincimento delle comunità territoriali – sottolinea le deputata Rossella Muroni – talvolta i cittadini hanno paura degli impianti di rifiuti».

Tutti sforzi che resteranno vani però, senza la capacità e volontà politica di fare sintesi. Un deficit di responsabilità che il vicepresidente del Kyoto club Francesco Ferrante evidenzia senza sconti indicando «nell’illegalità, nella tragica paralisi ideologica della politica e nel fenomeno Nimby i tre principali ostacoli» all’economia circolare: sono «55 milioni le tonnellate di rifiuti, su un totale tra urbani, speciali e pericolosi di 165 milioni di tonnellate, pari quindi al 33% del totale complessivamente prodotto in Italia – calcolano da Legambiente – che sono in attesa dei decreti End of waste (Eow) che semplificherebbero il loro riciclo e ridurrebbero il loro conferimento in discarica, negli inceneritori o il loro smaltimento illegale». Sul punto il ministro dell’Ambiente replica che stiamo lavorando sull’End of waste, spero che il Parlamento legiferi in materia molto presto. Intanto noi procediamo e su alcune filiere siamo a buon punto». Rassicurazioni simili erano però arrivate agli imprenditori di settore già nel novembre scorso, e da allora non si sono visti progressi. Nel mentre le filiere del recupero sono a rischio, oltre alle migliaia di posti di lavoro collegati, fino a palesare in alcuni casi rischi per i servizi di igiene urbana. «Se i decreti nazionali sono difficili – sintetizza il presidente di Unicircular Andrea Fluttero – è necessario dare flessibilità al sistema, coinvolgendo tutti gli attori della filiera, dai produttori fino ai consumatori, passando da chi progetta e chi ricicla».

Fonte: www.greenreport.it